(Cervello di copertina by Milena Petrelli)

Indipendentemente dal fatto che sia in corso una campagna elettorale, o che sia la Festa della Liberazione, o che CasaPound abbia inscenato una manifestazione con 11 figuranti, o che Salvini abbia mangiato delle braciole e poi cagato delle svastiche arcobaleno, le bacheche dei social sono costantemente invase da discussioni sui politici. Le loro gesta, cosa hanno twittato, i virgolettati dei giornali e, inevitabilmente, i commenti al seguito.

Nonostante il mio preferito resti sempre “Il nostro è proprio un Paese di merda”, non disdegno mai la profondità delle analisi politiche alternative, tipo “Si credono ‘sto cazzo, ci porteranno alla rovina!”, “Siamo un popolo di fascisti!” e il sempreverde “Dovremmo emigrare all’estero, altroché”.

Vivendo già all’estero da decenni, non posso che appoggiare questa tesi.

È vero, dovreste emigrare tutti quanti, ma per fortuna di noi che già lo abbiamo fatto anni fa, non lo farete mai.

Dico per fortuna perché, se siamo emigrati, è anche un po’ merito vostro. Io e altri expat non vorremmo mai ritrovarci di nuovo circondati da italiani, vedendoci costretti a cambiare Paese un’altra volta.

Per sicurezza, sarebbe anche il caso di chiudere le frontiere in uscita e abolire il turismo di massa, ché anche un solo weekend vi è sufficiente a rendere il posto che visitate una vera merda.

Ma non era questo il punto del post.

La questione è che quando leggo i vostri commenti disperati, da viaggiatori sul Titanic, mentre v’inabissate lentamente verso la morte, ma senza mai raggiungerla e gridate al mondo intero lo sfascio imminente, l’arrivo del fascismo, l’approssimarsi della notte dei tempi, l’inizio di una nuova era di deportazioni di massa, purghe e marcette militari, la mia reazione è sempre la stessa: guardo fuori dalla finestra, in direzione Urali e vedo l’immensità del cazzo che me ne frega.

Poi alzo lo sguardo al cielo, lassù dove la Stazione Spaziale Internazionale volteggia intorno al nostro pianeta malato e ritorno, e ottengo nuovamente il volumetrico del cazzo che me ne frega.

Mi accendo una sigaretta, aspiro, sbuffo il fumo e con aria seria, ad alta voce, faccio “No dai, sul serio, che me ne fotte a me che vivo all’estero?”.

Questo mio esplicito distacco, in molti di voi, suscita sempre un certo sdegno morale, nonché un certo livello di schifo e repulsione nei miei confronti, come se fosse mia la colpa di ciò che è successo nel vostro Paese da almeno 30 anni e oggi non me ne freghi più un cazzo.

Ma la verità è che non frega un cazzo a nessuno di ciò che accade dentro ai confini italiani.

Qualcuno, convinto di essere pienamente nel giusto e io pienamente nel torto, prova ancora a tirarmi dentro certe discussioni politiche, tipo “Non mi dire che questo non ti fa indignare fino a spingerti a condividerlo sulla tua bacheca di Facebook?”.

Ora, sicuramente voi sarete pienamente nel giusto e io pienamente nel torto, ma giuro, non me ne frega un cazzo. Anzi, non ce ne frega un cazzo, perché non siete il centro dell’universo. Almeno non dell’universo di quelli se ne sono andati via o non hanno mai vissuto in Italia che, ad occhio e croce, sono circa 7 miliardi di persone.

Va bene, ammetto che passeggiando sotto i tigli, lungo il canale, mentre guardo giovani ragazze fare jogging in tutine aderenti, leccando il mio gelato artigianale cioccolato e fragola, gelateria d’italiani emigrati qua nel 2001, ogni tanto mi pento di questo pensiero e provo a rileggere, a mente, i vostri status disperati.

Li rileggo e, in effetti, penso a voi, esseri umani inermi, costretti a vivere in un Paese pieno di vecchi, di mafiosi, di camorristi, di preti pedofili, di gente che parcheggia in doppia fila, che hanno la villetta al mare abusiva, il mezzo terrazzo coperto e poi condonato, che pagano a nero la metà di quello che comprano, si esaltano per Starbucks a Milano, non pagano le tasse, vi toccano mentre parlate, considerano la donna un orifizio da portare a cena fuori la domenica e basta, pensano che i froci vadano curati, al massimo condonati, sorpassano sulla corsia di emergenza, guidano e votano fino agli 85 anni, hanno nostalgia di tutto, pure della moda anni ‘80, votano sempre il partito sbagliato e, soprattutto, sono costretti a vivere in un Paese pieno di italiani.

Perché ovunque ti giri, nonostante 50 anni d’Interrail ed Erasmus, 20 anni e passa di frontiere aperte con i Paesi membri dell’Unione Europea e la massiccia emigrazione di questi ultimi decenni, in Italia sei sempre e solo circondato da italiani.

Una striscia di terra minuscola, con due catene di montagne a spaccarla in due, ma sempre e solo piena di italiani.

Prima non ero così. Fino a qualche tempo fa prendevo la faccenda ancora seriamente e mi lanciavo in mirabolanti analisi politiche, sociali, commenti ai commenti politici; il tutto condito da un’ottima dose di inutile sarcasmo, come se questo avesse in qualche modo potuto realmente servire a qualcosa.

In certe occasioni sentivo anche il bisogno di parlarne con i miei amici, qui in esterolandia, ma quello che notavo, sempre di più, era la faccia basita dei miei interlocutori stranieri. Come a dire “Ma chi cazzo è la Raggi?” e avevano ragione. Perché mi sarei dovuto preoccupare del trasporto urbano di una città che sì, mi aveva dato i miei primi natali, ma nella quale non vivo più dai tempi di Veltroni sindaco?

Così un giorno mi sono svegliato, libero da tutto questo. Perché non mi sarei dovuto più soffermare sulle dichiarazioni di un ministro o leggere gli editoriali di Scalfari, mentre pedalavo felice lungo i vialoni della mittel Europa.

Per lo stesso motivo, non mi sarei dovuto più rovinare la vita seguendo i vostri commenti deprimenti, mentre andavo per la mia strada fatta di alti e bassi, di giornate noiose, d’improvvisi cambiamenti, ma anche di quella routine che fa bene allo spirito, quella noia consapevole del fare la spesa senza la macchina, passeggiare sotto cieli stranieri, pisciare hamburger e birra, sognare lo stracchino, scopare senza avere poi i sensi di colpa o peggio, la TV accesa sul TG1; andare a cena senza dover parlare di politica, fare battute che non riguardino un ministro, una dichiarazione di un sottosegretario, perdermi liberamente per le vie della città senza dover commentare “Guarda là che schifo”, “Parlano parlano, ma non fanno mai un cazzo”, o passare il tempo a contare le buche che ci separano.

Non avrei dovuto mai più farlo, perché ero diventato auto-cosciente. Ero diventato Skynet.

Il nuovo sistema operativo è entrato in funzione il 4 agosto del 2015, cominciando subito ad auto-istruirsi. È diventato auto-cosciente alle 2:14 del giorno 29 di agosto e alle 3:17 del 4 settembre 2015, ho lanciato il mio primo “Ma che me ne fotte a me che vivo all’estero?”, durante una discussione tra amici su Facebook.

Quel giorno io lo chiamo “Il giorno del giudizio”, il giorno in cui ho smesso di regolare l’umore in base a quello che scrivevate su internet, ma in base a dove vivevo, lontano da tutti voi stronzi sfigati, lontano da quel Paese di merda (e su questo vi do ancora ragione) che è l’Italia.

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