Sì, ce l’ho proprio con te.

Con te che hai evitato ogni spoiler su Avengers Endgame fino a quando, aspirando il tanfo dei popcorn strapagati delle multisale, hai potuto vedere come muore Iron Man.

Per mesi hai vomitato in rete proclami su quanto il 24 aprile fosse per te una data cruciale misti a emoticon cuoricinose. Sembravi una vergine sicula del dopoguerra, ansiosa di conoscere i segreti del talamo nuziale, ma restia per pudicizia a parlare di sesso. Ora che ho catturato la tua attenzione, stammi a sentire bene. Hai sbagliato tutto.  Ecco perché.

Una premessa. Oltre ad essere più colto, intelligente e preparato di te, con ogni probabilità sono anche più vecchio. Non che l’età sia garanzia di superiorità culturale, ma giuro di non aver mai pubblicato sulla mia bacheca Facebook un “dolce notte amici” corredato da un Topolino in cuffia e pigiamone, e già questo mi rende intellettivamente più evoluto di quel deficiente di tuo zio.

Per quanto riguarda l’anagrafe, sono stato bambino negli anni 70, un’epoca in cui eravamo immuni alla paranoia da spoiler. Bastavano gli album delle Figurine Panini o il TV Sorrisi e Canzoni ad anticiparci che i lupi avrebbero sbranato Dolce e Zerbino in Remi, che l’astronave di Hydargos sarebbe scoppiata a metà della saga di Goldrake, che Sandokan avrebbe pianto sulla tomba di Lady Marian, che lo psicanalista  Michael Caine si sarebbe vestito per uccidere o che Brando/Kurtz sarebbe apparso solo nei venti minuti finali di Apocalypse Now.

Negli anni ’80 e nei primi ’90 le cose non andavano diversamente. Lo scongelamento di Han Solo fu dato per certo non appena Harrison Ford apparve sul manifesto del Ritorno dello Jedi; il lugubre destino di Bobby in Dallas o del commissario Cattani nella Piovra 4 erano già inclusi nelle pubblicità televisive, la DC comics faceva il botto annunciando le morti di Superman e di Robin. Il trailer di Rocky IV anticipava l’intero sviluppo narrativo del film, con Stallone che va a sfidare Ivan Drago a Mosca per vendicare l’amico Apollo Creed. Gli eventi più o meno scioccanti del cinema, della televisione o del fumetto erano consumati dal pubblico come un gigantesco rituale collettivo, nel quale essere presenti contava molto di più della sorpresa in sé.

Su questo erano d’accordo persino Francesco Cossiga e Nanni Moretti. Nel 1991 il Presidente della Repubblica raccontava a Donna Letizia la futura morte di Caroline a Beautiful, e Donna Letizia spifferava il tutto a Uno Mattina (tutto vero, altro che Luca Morisi). Due anni dopo, in Caro Diario, Moretti importunava i turisti americani sull’Etna per scoprire le future vicissitudini di Stephanie e Sally Spectra, dato che negli USA erano di parecchio avanti con le puntate.

Erano anni in cui qualcuno sperava di vivere il cinema con gli occhi di Francois Truffaut, per il quale lo scopo del cinephìle era quello di conoscere un’opera più di quanto la conoscesse il suo stesso autore. Anni in cui quasi sempre si entrava al cinema a spettacolo iniziato. Lo spettatore teneva la mente allenata vedendo il film da metà, vivendone la parte iniziale come se fosse un lungo flashback. Persino Altrimenti ci arrabbiamo diventava più complesso di un film di Christopher Nolan. Ecco perché io ho capito dopo pochi minuti dove andasse a parare Mulholland Drive mentre tu, pezzo di idiota, stai ancora a chiederti il significato della scatoletta.

Già ti vedo rassicurato. Dopo aver letto l’inizio di questo post, ti sei probabilmente sentito offeso dall’arroganza e dalla saccenteria dell’autore. Poi, andando avanti nella lettura, pensi di trovarti di fronte alla rievocazione nostalgica di un cinquantenne che reputa la propria modalità di fruizione di un prodotto culturale superiore alla tua. Cosa continuerà a dire sto’ stronzo? Che i treni arrivavano sempre in orario? Che ai suoi tempi c’erano i Pink Floyd mentre oggi voi giovani avete Young Signorino?

Ok, continua a pensarla così. Non ho mai sperato che tu potessi capire qualcosa.

Ti faccio una domanda. Hai mai scopato? Probabilmente no, essendo un fan degli Avengers. Ma, indipendentemente dalla risposta, voglio dare per certo che tu abbia chiesto lumi a qualche amico che lo abbia già fatto. Ecco, quando il tuo amico ti raccontava i dettagli della penetrazione, di come fosse umida e stretta la passera, di come s’inturgidissero i capezzoli della ragazza, forse ti tappavi le orecchie per non rischiare spoiler sulla tua prima esperienza? Ti mettevi a gridare come uno psicopatico: “No, non voglio sapere se la bernarda è asciutta, bagnata o se ha i denti! Non dirmi se le tette sono morbide o sabbiose, se al tatto somigliano a un caciocavallo, a un Super Santos o a un calamaro ripieno! Non dirmi se le secrezioni vaginali profumano di gelsomino o di zuppa di fagioli! Voglio scoprire tutto da solo!”. Il racconto del tuo amico ti ha fatto per caso cambiare idea sul desiderio (finora insoddisfatto) di copulare?

Vediamo pertanto da dove nasce la tua repulsione da spoiler. Tutto inizia alle soglie del nuovo millennio, quando le prime community di Internet si aggregano e si danno la regola più cretina del mondo: “Dato che condividiamo tutti una passione, riuniamoci tutti quanti ed evitiamo accuratamente di parlarne”.

Giuro, ho visto forum dedicati al calcio nei quali era vietato commentare i risultati delle partite, nel rispetto di chi voleva guardarle in differita. Il primo film (tra l’altro prevedibilissimo e privo di clamorosi colpi di scena) sul quale i nerd antispoiler vanno in tilt è l’Episodio 1 di Star Wars. Il bello è che la stessa Lucasfilm sembra passarsene per la capocchia della segretezza, come dimostra la tracklist della colonna sonora, diffusa diverse settimane prima dell’uscita del film. Ecco la copertina del CD.

Leggi il titolo della traccia 9: Anakin defeats Sebulba. Viene svelato senza problemi l’esito della gara tra gli sgusci intorno alla quale è costruita tutta la prima parte del film. Le tracce 15 e 16 (Qui Gon’s noble end e Qui Gon’s funeral) ci dicono addirittura che uno dei protagonisti di Episodio 1, il maestro jedi Qui Gon, muore e che il suo funerale verrà celebrato poco prima dei titoli di coda.

Stacchiamoci da questa allegra e sacrosanta strafottenza e passiamo, con un bel salto temporale, al 2019, con Louis D’Esposito, il produttore di Avengers Endgame, che dichiara “Non posso parlare del film, perché è tutto uno spoiler”. Grazie al cazzo, aggiungerei.

Qualsiasi film o racconto è lo spoiler di sé stesso, è tautologico. La nostra stessa vita si autospoilera in ogni istante, sia quando ci coglie un improvviso attacco di colite, sia quando il telefono squilla per dirci che è morta la nonna o che Vodafone ha una splendida promozione riservata soltanto a noi.

Quello che viene meno, attenendoci alla politica antispoiler, è la riflessione critica.

Un recensore che parla di un film dovendo glissare sulla trama è come un ginecologo di Kandahar costretto a visitare una paziente senza poterla spogliare. Se il suo spazio di azione è limitato, viene meno la sua possibilità di elaborare un ragionamento. Ne consegue che la sua recensione finirà per basarsi unicamente sulle emozioni provate. E infatti le prime recensioni di Endgame presentano tutte la stessa litania:

Un film può cambiarci lo stato d’animo, far vibrare corde che ci dimentichiamo di avere e farci sentire diversi, come se quella sala buia avesse il potere di scuoterci dal torpore” (ComingSoon).

Adesso possiamo solo applaudire, sorridere e contemporaneamente piangere la (temporanea) fine di una saga cinematografica come mai ce l’eravamo nemmeno immaginata” (Movieplayer).

Ci casca persino l’ottimo Dottor Manhattan: “In almeno un paio di scene, mentre veniva giù il cinema dagli applausi, hai sentito davvero la pelle d’oca nonnapaperizzarti l’avambraccio, e in altre hai sentito l’intera sala respirare all’unisono“.

Insomma, tutto è ridotto alle emozioni, ai peli che si rizzano, ai cuori che palpitano, ai petti che ansimano, agli sfinteri che si dilatano. Tutta autoreferenzialità, pura soggettività masturbatoria. E del film cosa resta? Cosa ci ha comunicato il critico, a parte il fatto che il film gli è piaciuto? Quali strumenti ha messo in opera per rendersi attendibile? Se il metro di giudizio è soltanto l’emozione, in cosa si differenzia il brivido che mi corre per la schiena quando guardo un piano sequenza di Orson Welles dal brivido che corre per la tua schiena da imbecille mentre guardi After? Gigi D’Alessio e Miles Davis provocano entrambi emozioni in target differenti, ma il primo fa schifo e l’altro no. Come può l’emozione a trasformarsi in metro di giudizio?

Ecco perché spoilerare diviene una necessità, o meglio un imperativo morale. Per ripristinare l’intelligenza. Per crescere, per diventare persone migliori. Per smettere di scambiare un banale cliffhanger per un evento epocale, per non definire epica una scazzottata di pupazzi in computer graphic manco ci trovassimo di fronte a Toshiro Mifune che sfida i banditi a culo nudo nei Sette Samurai, perché il nome di Eisenstein non sia più solo e unicamente associato ai film di Fantozzi, perché senza aver visto Lang, Hitchcock, Ford, Renoir e Lubitsch nessuno è in diritto di parlare di cinema, perché la morale torni ad essere una questione di carrelli.

Perciò, se vuoi affrancarti dalla tua condizione di perfetto idiota, segui le mie istruzioni. Vai sulla tua bacheca social o su quella dei tuoi amici nerd, e grida ai quattro venti che Sheldon rinuncerà al Nobel per amore di Amy, che Rey è la figlia di Luke, che Ciro Di Marzio torna e spara a Genny Savastano, che Jon Snow stupra Arya Stark. Scrivilo col pennarello sui muri dei cessi, prendi un megafono e fatti sentire da chi fa la fila nelle multisale, parlane ad alta voce nei bar, nei mezzi pubblici e alle processioni di Padre Pio. Alcuni ti insulteranno, altri tenteranno di ucciderti, altri spezzeranno le proprie catene e ti seguiranno. Può essere l’inizio di una rivoluzione. Solo, ricorda di dire a tutti che Kuros ti fu maestro.